Il futuro alle porte

bivio

Da quando ho iniziato a documentarmi sul riordino degli enti locali diventa sempre più evidente, lettura dopo lettura, che la cosiddetta “unione dei servizi” altro non sia che la prima manifestazione pratica di una riforma ben più significativa di quella che i nostri amministratori vorrebbero farci credere.

Per capire dove ci porterà l’unione dei servizi bisogna andare indietro al 2012, anno in cui il governo Monti emana un insieme di norme racchiuse nel decreto legge 95, denominato spending review, nel quale, come nel vaso di Pandora, vengono racchiusi molti dei mali che oggi affliggono il nostro Comune: dalle norme sulle società partecipate (vedi la cessione delle quote di Auronzo d’Inverno), all’impossibilità di contrarre nuovi mutui (vedi l’impossibilità di ristrutturazione dello stadio del ghiaccio) fino ad arrivare al riordino degli enti locali (per l’appunto l’unione dei servizi). Se da un lato queste norme vorrebbero snellire ed economicizzare l’apparato amministrativo del Belpaese, dall’altro esse puntano chiaramente a minare l’autonomia e la forza dei piccoli enti locali impoverendo i loro bilanci, a separare il cittadino dalle istituzioni tramite il conferimento della governance locale ad enti non elettivi come le unioni montane o le provincie disegnate dal ministro Delrio, il tutto per rimuovere qualsiasi schermo di protezione tra il cittadino ed i provvedimenti impositivi di uno stato sempre più centralista.

In questa tempesta l’unione dei servizi è solo il primo passo di una strada obbligata verso la riduzione del numero dei comuni tramite fusione, come confermato dal nostro sindaco durante l’incontro a Palazzo Poli e come confermato anche da Matteo Toscani, vice-presidente del Consiglio Regionale Veneto, in questa intervista rilasciata al Corriere delle Alpi il 22 marzo 2013:

in questi giorni ho incontrato numerosi rappresentanti delle autonomie locali degli altri Paesi per affrontare il tema, più che mai attuale, della fusione dei Comuni. Il panorama europeo è molto variegato, ma con un minimo comune denominatore che balza prepotentemente agli occhi: ovvero la necessità di una razionalizzazione amministrativa che preveda l’accorpamento dei piccoli municipi. Le differenze riscontrate sono allora sul metodo. Da una parte, c’è chi opta per una procedura impositiva. Dall’altra, c’è chi predilige un percorso più democratico, incentrato sulla volontarietà. L’Italia sta a metà tra questi due estremi.”

Il nostro destino è dunque segnato: prima o poi un comune di soli 3416 abitanti come Auronzo dovrà fondersi con qualche comune circostante, che lo si voglia oppure no e, francamente, non credo passerà molto tempo prima che ciò ci venga imposto per legge: se non faremo nulla si procederà sulla strada tracciata dalla Legge Regionale 40 e finiremo per fonderci con tutti i comuni che compongono l’Unione Montana del Centro Cadore con i problemi che tutti conosciamo, altrimenti possiamo decidere noi con chi fonderci, approfittando degli incentivi che ora ci sono per le fusioni (e che quando sarà imposto per legge non ci saranno più) e con la concreta possibilità di mantenere la centralità della nostra valle e del nostro municipio nel comune nato da tale fusione.

Il futuro è alle porte ed io non voglio vivere una storia che altri hanno scritto per noi.

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